Oderzo: gli uomini in rosso ed il fante di spade.
La Pmp Oderzo fa sua gara-due del primo turno dei playout e mette in tasca la salvezza.
Una partita, quella di ieri sera, orchestrata da mano occulta che ha eguagliato in fantasia il più sdolcinato regista da commedia americana dall’immancabile lieto fine; inizio
disastroso, tanti a zero per gli avversari, difesa prego-si-accomodi, palle perse ed i prodromi della catastrofe erano belli e serviti. Poi la reazione, i primi punti, molto più tardi l’aggiustamento
difensivo con rapidi cambi sui blocchi e quant’altro. Quindi il break nel terzo quarto che ha innestato il germe dell’insicurezza nella testa degli avversari ed infine il basket champagne e bollicine
dell’ultimo periodo con la resa dei triestini.
Coach Vatovec si è quindi abbattuto (60-78 al Don Milani e 88-66 all’ Opitergium) come una dea Nemesi sulla “sua” Jadran portando Oderzo ad una giusta e meritata
salvezza.
Il racconto del campionato.
Avete presente la classica scena, vista in più di qualche film tipo fiato sospeso, nella quale la nostra eroina sta armeggiando, le mani tremanti, con le chiavi di accensione
dell’auto ed intanto il serial killer già si affaccia sogghignante attraverso il finestrino? O meglio ancora, intrappolata nell’auto che non vuol saperne di mettersi in moto, giusto sopra i binari,
ed il treno sta arrivando? Il classico treno americano che spunta improvvisamente dalla curva – perché c’è sempre una curva e mai un rettilineo che tanto non creerebbe suspence – suonando
insistentemente ed ingigantendosi e mai frenando, visto sempre attraverso il finestrino dietro al profilo disperato di lei? E quando il pathos è al culmine ruggisce improvvisamente il motore e la
macchina con un balzo si leva dai binari? Bene. Questo è il racconto del campionato dell’Oderzo: un vero e proprio thriller. Dove, come da copione, solo all’ultimo istante ha
saputo compiere il balzo liberatorio vincendo la sua prima trasferta a Trieste cavandosi dagli impicci e lasciando sferragliare il sinistro treno diretto verso l’affollata stazione dei campionati
regionali.
La salvezza.
Ieri sera sugli spalti abbiamo incontrato un vecchio amico di basket, non di fede opitergina, ma presente come si conviene per un appassionato della palla a spicchi. A fine
partita, nel pieno del tripudio del pubblico esultante che dava sfogo liberatorio ad una attesa durata oltre il lecito, ci ha chiesto con sapiente e sottile ironia: «Ma stanno festeggiando uno
scudetto o “solo” una salvezza?». E questa è una seconda chiave di lettura del campionato dei bianco-rossi: una salvezza che vale una promozione.
Sicuramente il 26 maggio 2004 c’era molta, molta più gente a festeggiare. Era il giorno della conquista della B1 e tutta la città era in festa, ma noi siamo sicuri che,
tralasciando il numero dei tifosi, l’intensità della gioia di quella volta e di ieri sera erano alla pari. Lo stesso senso di euforia, ma di differente retrogusto. Dopo una promozione, smaltita
l’ubriacante esultanza, rimane impalpabile ma percepibile un qualcosa di inquietante, il timore dell’ignoto, di dover lottare al di sopra dei propri mezzi, in poche parole: insicurezza. La salvezza
ha tutt’altro sapore. Dopo il fiume di birra di ieri sera ciò che rimane è un senso di pace e tranquillità, la certezza di aver conservato la tua “casa”, di non dover traslocare nel soffocante
condominio della C2, di poter rientrare, trovare la tua confortevole poltrona ed il romanzo ancora lì sul tavolino e riprendere la lettura da dove eri rimasto.
Un altro mestiere.
Quelli nati nell’86, che sono già dei giocatori senior, sanno cosa altro accadde quell’anno? Probabilmente no, e probabilmente anche molti altri non ne sono a conoscenza.
Ebbene quell’anno Oderzo salì in B2. E lì vi giocò e vi rimase fino all’anno scorso, eccezion fatta per la stagione 2004-05 in cui assaporò la serie superiore (giocando praticamente con la stessa
squadra riportando un onorevolissimo 14° posto, frutto di 9 vittorie nella regular season, ed una sconfitta 2-1 con il Cecina ai playout).
I bianco rossi hanno quindi affrontato un campionato di C1 dopo ben 22 stagioni consecutive di serie B alle spalle. Si sono affacciati in terra sconosciuta e lo si è ben presto
capito. Di tutti gli errori comunque, premettiamo, uno questa squadra non l’ha assolutamente commesso, quello di atteggiarsi a nobile decaduta, anzi, se di errore vogliamo parlare, è stato il peccare
di timidezza e fin troppa umiltà. Undici partite vinte in casa su 15, quindici partite perse in trasferta su 15. Fuori casa, se non ricordiamo male, solamente 3 volte la sconfitta era già nell’aria
negli ultimi 10 minuti, tutte le altre se le sono giocate fino all’ultimo, sempre in vantaggio fino all’ultimo quarto, sempre agganciati nei minuti finali, sempre perso all’ultimo minuto e anche
sulla sirena con l’ultimo tiro sul ferro oppure in fondo alla retina se ce l’aveva l’avversario. Una specie di maledizione.
In casa invece Oderzo si è permessa di battere in pratica quasi tutte le squadre da playoff, Roncade e Caorle in primis. Siamo d’accordo che da sempre e per tutti il Pala
Opitergium è ed è stato un campo tabù, sarà per il parquet scuro, sarà per i canestri sospesi nel vuoto, sarà per l’illuminazione un po’ così... intima, da night club, ma siamo certi che qualsiasi
spettatore occasionale, ignaro delle vicende del girone e della relativa classifica, che avesse assistito a quelle vittorie e a quel bel gioco mai avrebbe immaginato che la squadra di casa stava
lottando per non retrocedere. Diciamola tutta, Oderzo – che ha comunque pagato una congrua e sostanziosa tassa sugli infortuni – in questo campionato ha fatto un altro mestiere.
Control + Alt + Canc.
Per lunghi tratti della stagione Oderzo ha giocato a “Vecchia” con le ultime in classifica, ovvero ha rischiato di rimanere con in mano il fante di spade (il veneziano
Pampalugo) dell’ultimo posto-retrocessione-diretta. Poi è riuscito a fatica a levarsene fuori quando la fatidica vecchia è rimasta in mano per lungo tempo al Vicenza. Tutti sappiamo che poi, dopo che
era passata in mano al Venezia, all’ultimo scarto con sorpresa di tutti è rimasta definivamente fra le dita sconcertate del Bor Radenska di Trieste.
Tutto questo perché la squadra era nata “difettata”; in termini informatici diciamo che aveva un “bug”, quello di non sapere gestire gli attimi cruciali. Un difetto del disco
fisso per il quale il programma, giunto nella fase finale, dava “errore irreversibile” con tanto di schermo tutto blu ed una sensazione di ineluttabile: sconfitta. Non c’è stato verso di correggerlo,
neppure usando il fatidico control+alt+canc. Va detto per altro che di progressi, come gioco, ne ha fatti tantissimi. Ad inizio campionato era sufficiente che l’allenatore avversario gridasse “due
due due” e contro la zona il canestro diventava stretto come una terrina da insalata. Sotto questo punto di vista, come pure nell’aggiustare la difesa, il mitteleuropeo coach Vatovec ha fatto
miracoli. Mettendo un post in alto qua, un post in basso là e 150 “cazzatroia!” un po’ dappertutto, l’attacco alla zona si è talmente perfezionato tanto da scoraggiare gli avversari dal
praticarla.
E’ rimasto irrisolto solo il “bug” del cosiddetto “errore blu”, l’unica maniera per evitarlo era quello di usare il programma delle partite casalinghe, quelle fatte di basket
con le bollicine, e finalmente, quando ormai l’incubo della retrocessione si stava profilando come un treno che spunta improvvisamente da una curva, il miracolo è accaduto a Trieste domenica scorsa.
Il resto è storia di ieri sera.
Gli uomini in rosso.
Questa vittoria-salvezza ha una doppia dedica. La prima è nei confronti della Società. Una società che ha gestito la squadra da genitore. Dopo ogni sconfitta, di
quell’incredibile tipo di sconfitta di cui sopra, lo spogliatoio avrebbe avuto tutte le ragioni per disfarsi; non per disaccordo fra i ragazzi – anzi, tuttaltro – ma per mera sfiducia in se stessi.
Ebbene dopo ogni sconfitta – in realtà dopo ogni partita a prescindere dal risultato – la società ha sempre raccolto attorno a sé il gruppo. Dopo ogni partita c’era sempre la cena, in casa o fuori,
ed alla fine il gruppo si ricompattava in una continua e ripetuta resurrezione. Una società-famiglia dove non esiste che il maschio si rinchiuda in camera a spararsi hip-hop nelle orecchie, mentre la
sorella è in discoteca ed il più piccolo è a tavola assieme ai genitori ma con la testa rivolta verso la TV. Niente di tutto questo, tutti in tavola assieme, presidente, dirigenti, giocatori,
allenatori e accompagnatori. A parlare. Niente musi duri e solo sorrisi dopo il caffè ed i saluti. Una società, quella dell’Oderzo, con due requisiti rarissimi da trovare, specialmente assieme: stile
e classe.
Ma la seconda dedica va ad un altro gruppo, un gruppo che mai si sarebbe meritato una retrocessione: il gruppo degli Uomini in Rosso, quelli con le felpe o le polo rosse a
seconda della stagione. Ovvero quelli che i tamburi, il megafono ed il maxi lenzuolo a scacchi bianco rossi.
Quei medievali tamburi, mutuati sicuramente dagli Ezzelini o dagli Scaligeri che si contesero Oderzo nel XIII secolo, che avevano offeso i timpani delle nobili orecchie di
Casale, Soresina, Patti, Casalpusterlengo, Ancona, Pesaro e quanti altri; quegli stessi tamburi quest’anno hanno incessantemente ritmato il tifo in tutte le partite: ogni colpo un chiodo piantato per
fissare la propria fede in questa squadra. Sappiamo che è indelicato violare la privacy e l’intimità altrui, ma noi li abbiamo visti, gli uomini in rosso, li abbiamo visti seguire gli allenamenti nei
momenti più critici del campionato, abbiamo osservato i loro sguardi perduti, quasi simili a quelli degli innamorati non ricambiati tanto ben descritti dal Sommo Poeta. Sguardi carichi di speranza e
fiducia malgrado tutto. Gli uomini in rosso che si sono coccolati i ragazzi fino a rischiare di viziarli, che fino all’ultimo hanno addirittura offerto a loro spese le cene da venerdì santo prima
delle ultime decisive partite. Questi uomini, semper fidelis, non meritavano una retrocessione.
(greyman)